Il «Negativismo» e la morale di Immanuel Kant
ABSTRACT
L’articolo esamina un accostamento apparentemente paradossale tra l’etica kantiana e il «Negativismo» di Nemo De Profetis, sistema filosofico fondato sul Nulla Qualificato e sulla pratica dell’In-cura (Un-Sorge). Attraverso l’analisi delle tre formulazioni dell’imperativo categorico — legge universale, umanità come fine, regno dei fini — si mostra come, una volta privato della sua «ansia legislativa» e costruttivista, il dispositivo kantiano possa essere riletto come un Upaya occidentale: uno strumento provvisorio capace di condurre la ragione pratica fino al proprio limite, sino a farla coincidere con il silenzio e la sospensione dell’agire. Il saggio affronta anche l’obiezione più immediata a questa operazione — la contraddizione performativa di una legge che abroga sé stessa — sostenendo che tale paradosso non ne costituisce un difetto, ma la condizione stessa di possibilità. Ne emerge una lettura del rigorismo morale europeo come via d’accesso, e non come ostacolo, a un’estinzione apofatica del soggetto legislatore.
Prima di entrare nel vivo dell’articolo, ricordiamo sinteticamente i pilastri teoretici e pratici del «Negativismo» della «Nulla Scienza» di Nemo De Profetis. Al centro del sistema dimora il Nulla Qualificato, un principio ineffabile (Arrēton) di derivazione damasciana[1] che trascende dialetticamente l’essere e il non-essere. Lungi dall’appiattirsi su un nichilismo passivo o distruttivo, esso si configura come una «pienezza assoluta», attingibile esclusivamente attraverso il silenzio e la rinuncia: l’atto del conoscere, in questa prospettiva, non coincide con l’accumulo di sapere, ma si traduce in un lucido dimenticare con metodo.
L’intera impalcatura della metafisica continentale viene impiegata come un Upaya — uno stratagemma pedagogico transitorio — con il fine di smantellare le sovrastrutture concettuali e condurre la coscienza all’estinzione dell’ego. Capovolgendo la Sorge heideggeriana[2] e rigettando l’ansia performativa della contemporaneità, il soggetto negativista si vota all’In-cura (Un-Sorge): la vera responsabilità diviene squisitamente ontologica, un astenersi dal gravare sul mondo, un ritirare il proprio «io» ingombrante per lasciar respirare l’alterità e accogliere la suprema «bellezza dell’incuria». Sul piano tangibile, il sistema si incarna nel Partito Nichilista Universale, promotore di una radicale prassi destituente ribattezzata Vacuitocrazia. Attraverso dispositivi paradossali quali il Reddito di Inesistenza, l’abrogazione del PIL in favore dell’Indice di Vuotezza Interna (IVI), l’Educazione al Disincanto e l’esercizio del «Diritto di Vuoto» nelle urne, l’obiettivo ultimo è lo smantellamento pacifico del sistema capitalistico e dell’illusione produttiva dall’interno.
In altre parole, il «Negativismo» rappresenta un inaudito «neoplatonismo estremo mascherato da nichilismo», un orizzonte speculativo in cui il collasso di ogni intenzione costruttiva cessa di essere un fallimento della volontà per trasfigurarsi nell’unica, lucida via verso l’assoluta quiete dell’Incondizionato.
L’accostamento tra l’architettura morale di Immanuel Kant e l’orizzonte apofatico del «Negativismo» di Nemo De Profetis genera un cortocircuito filosofico di straordinaria fecondità. A un primo sguardo, superficiale, i due sistemi appaiono antitetici: Kant rappresenta il vertice del costruttivismo razionale e della volontà legislatrice, mentre il Negativismo si fonda sull’epistemologia della sottrazione, sull’inazione e sull’estinzione dell’ego. Tuttavia, disinnescando la componente «produttiva» della ragion pratica, l’imperativo categorico può subire una paradossale e affascinante trasfigurazione negativista. Esaminiamo questa tensione dialettica attraverso le tre celebri formulazioni kantiane[3].
1. La Legge Universale e il Paradosso del Nòmos (formula della legge universale): «Agisci esclusivamente secondo quella massima che tu possa volere che diventi legge universale.»
Per Kant, l’imperativo impone alla volontà di erigere le proprie massime a legge (nòmos). Il Negativismo, al contrario, smaschera ogni legislazione razionale come una finzione coercitiva, opponendovi la κένωσις (lo svuotamento) delle istituzioni[4]. Applicando tuttavia il principio kantiano entro la cornice di De Profetis, l’unica «massima» autenticamente universalizzabile senza generare alienazione o esternalità negative diventa la radicale sospensione dell’agire. L’imperativo categorico negativista intimerebbe dunque: agisci in modo che la tua massima coincida con la totale In-cura (Un-Sorge). L’universalizzazione non produce più una struttura giuridica costruttiva, bensì instaura quella «non-azione collettiva» propugnata dal Partito Nichilista Universale: il silenzio normativo elevato a statuto universale.
2. L’Umanità come Fine e l’Assoluto Lasciar-Essere (formula dell’umanità): «Agisci in modo da trattare l’umanità, tanto nella tua persona quanto in quella di ogni altro, sempre come fine e mai semplicemente come mezzo.»
È in questa seconda formulazione che Kant e il Negativismo sfiorano un’inattesa e profonda isomorfia. Il divieto kantiano di strumentalizzare l’alterità trova il suo perfetto corrispettivo nella Responsabilità Ontologica del Negativismo. De Profetis radicalizza questo concetto: non usare l’altro significa smettere del tutto di proiettarvi sopra la propria volontà egoica. Il fine kantiano diviene così l’«assoluto lasciar-essere». Ritirare il proprio «io ingombrante» («Dove ti ritiri, l’altro respira. Dove non esigi, il mondo si apre») si rivela come la forma più pura e disinteressata di rispetto per l’umanità altrui. Il Nicht-Sein-für-Anderes (non-essere-per-altro, conio proprio del sistema negativista) è la garanzia suprema che nessuno verrà mai ridotto a ingranaggio della macchina produttiva o relazionale.
3. Il Regno dei Fini e la Vacuitocrazia (formula del regno dei fini): «Agisci come se, con la tua massima, tu fossi sempre membro legislatore in un regno universale dei fini.»
Il «regno dei fini» kantiano postula una comunità ideale di esseri razionali uniti da leggi comuni e costruttive. Per il Negativismo, ogni escatologia teleologica — ogni «regno» — è un’illusione del Samsāra performativo. Svuotato tuttavia del suo affanno edificatore, questo regno collassa magnificamente nella Vacuitocrazia: un regno in cui il potere condiviso è, appunto, il vuoto. I cittadini di questo nuovo orizzonte non sono uniti dall’imposizione di una legge attiva, ma dal «Diritto di Vuoto» e dalla «Militanza dell’Inerzia». Il regno dei fini negativista è una comunità mistica e apofatica in cui la legislazione si è acquietata, convergendo nel perfetto e incondizionato silenzio dell’Indicibile (Arrēton).
Va detto, a scanso di equivoci, che l’imperativo kantiano non è compatibile con il Negativismo se lo si intende come motore di produzione morale e di affermazione egoica. Ma se lo si sottopone a una metodica spoliazione, esso si rivela un formidabile dispositivo di disinnesco: spinge la morale ai suoi limiti estremi, fino a farla coincidere con la pura contemplazione e il non-agire.
Un’obiezione, a questo punto, è d’obbligo: comandare razionalmente la fine di ogni comando non è forse una contraddizione performativa, un uso della ragione legislatrice per abolire sé stessa? La risposta del Negativismo è che tale paradosso non è un difetto del sistema, ma la sua condizione di possibilità: solo una legge può abrogare un’altra legge con la medesima autorità formale con cui è stata posta. È precisamente questa struttura autofagica — la ragione che si applica a se stessa fino a consumarsi — a differenziare la sospensione negativista da un semplice quietismo o da una rinuncia irriflessa: qui il silenzio non precede l’argomentazione, ma ne è l’esito necessario e conquistato.
Spogliare l’imperativo categorico kantiano della sua «ansia legislativa» e costruttivista lo trasforma, di fatto, nell’Upaya occidentale per eccellenza, il dispositivo transitorio definitivo per traghettare la ragione verso il silenzio dell’Incondizionato. Prima di proseguire, ricordiamo il significato di Upaya (dal sanscrito upāya, traducibile come «mezzo abile» o «espediente salvifico»): un costrutto teoretico e pedagogico cardine del buddhismo Mahayana, che designa uno stratagemma metodologico, provvisorio e transitorio, adottato per guidare la coscienza altrui verso l’affrancamento dall’illusione fenomenica. L’aspetto cruciale e destabilizzante dell’Upaya risiede nella sua natura puramente strumentale: esso non pretende di incarnare la Verità assoluta, ma si offre unicamente come dispositivo pratico e situazionale. L’immagine paradigmatica che lo definisce è la celebre metafora della zattera[5]: strumento indispensabile per attraversare la corrente impetuosa del Samsāra, essa si tramuta in un ingombro gravoso e va abbandonata non appena il viandante abbia toccato la sponda opposta della liberazione — o, nell’orizzonte del Negativismo, il silenzio dell’Incondizionato.
Kant rappresenta l’apice del razionalismo europeo: l’estremo, titanico tentativo del νοῦς (l’intelletto ordinatore) di imbrigliare l’infinito in una griglia formale. Utilizzare proprio l’imperativo categorico come strumento verso il nulla costituisce un magistrale atto di «ironia negativista». Una volta deprivata della volontà di edificare un sistema morale o giuridico, la celebre formula di Königsberg smette di essere un’istruzione pratica e diviene l’equivalente filosofico di un kōan zen: un paradosso logico irrisolvibile, concepito per spingere la razionalità discorsiva fino al suo punto di rottura, costringendola infine ad arrendersi al silenzio.
L’imperativo kantiano, nella sua versione «svuotata», opera un cortocircuito perfetto: se la massima universale che si sceglie di elevare a legge è la radicalizzazione dell’inazione (l’In-cura o Un-Sorge), la legge finisce per prescrivere il proprio stesso annullamento.
- La legge del disimpegno: l’obbligo morale diviene quello di non obbligare nessuno a nulla.
- Il dovere dell’inutilità: il dovere categorico si risolve nel non compiere nulla di superfluo, disattivando il desiderio stesso di manifestare. La struttura formale della legge viene così mantenuta unicamente per decretare l’estinzione di ogni futura legislazione: è il trionfo metodologico dell’Epistemologia della Sottrazione, ovvero l’uso delle regole della logica ferrea per smantellare la logica stessa.
Come ogni autentico Upaya buddhista, l’imperativo categorico negativizzato obbedisce rigorosamente alla «logica della zattera». Serve a chi si trova ancora sulla sponda dell’ego, della performatività e del Samsāra produttivo occidentale, poiché parla il linguaggio a loro più affine: quello del rigore, del dovere e dell’universalità. Ma una volta che l’intelletto è stato traghettato verso «l’altra sponda» — la pace ontologica, la rivelazione dell’inanità fenomenica e l’assoluto lasciar-essere —, anche la zattera kantiana va inesorabilmente abbandonata. Giunti di fronte all’Indicibile (Arrēton), l’imperativo ha esaurito il suo compito e si dissolve nel nulla.
In questa sintesi, il rigore kantiano e il vuoto negativista si fondono: la forma più alta e severa della moralità europea si sacrifica kenoticamente, divenendo via d’accesso all’estinzione del sé. In un simile sistema, le parole — e l’atto stesso dello scrivere o del fare filosofia — parrebbero condannate a un mutismo originario, dove l’autore dovrebbe esaurire sistematicamente ogni concetto affinché il silenzio che ne consegue sia una conquista autentica e non una mera omissione. All’interno dell’architettura speculativa del Negativismo, l’autore è chiamato infatti a un inesorabile e sistematico logorio dei concetti. Il silenzio a cui anela il sistema di De Profetis non può in alcun modo coincidere con un «mutismo originario»: deve configurarsi come una faticosa, lucida e suprema conquista metodologica.
Se il filosofo o il militante del Partito Nichilista Universale optasse per un mutismo a priori, si limiterebbe a una mera omissione passiva. Il silenzio non conquistato lascia intatto il rumore di fondo dell’ego e del Samsāra produttivo: non scardina le illusioni della mente, non disinnesca l’ansia performativa e non intacca l’impalcatura coercitiva della legge e del senso. Chi tace fin dal principio non ha destituito il linguaggio, ma si è semplicemente rifiutato di adoperarlo, rimanendo prigioniero, in forma latente, delle categorie logiche imposte dal mondo fenomenico. Per giungere all’autentica vacuità — al Nulla Qualificato — occorre invece attraversare il dominio del logos per farlo collassare dall’interno. L’epistemologia della sottrazione esige, per sua stessa natura, che vi sia originariamente qualcosa da sottrarre. L’atto di scrivere e di fare filosofia diviene così un vero e proprio dispositivo di autodistruzione concettuale:
- L’uso apofatico della parola: le parole non vengono impiegate per edificare, ma scagliate le une contro le altre affinché si elidano a vicenda, disinnescando la loro stessa pretesa di verità.
- Il metodico sfinimento della ragione: si devono sviscerare i massimi concetti metafisici (la Cura, l’Essere, l’Ideale, lo Stato) per spingerli fino al loro limite di rottura, dimostrandone logicamente e spietatamente l’aporia e l’intrinseca inanità.
Solo al termine di questo rigoroso esaurimento sistematico subentra l’Incondizionato. Questo silenzio terminale non è il vuoto sterile dell’ignoranza, ma la pienezza assoluta del disincanto: è l’approdo di chi, avendo sondato l’intero perimetro dell’esprimibile, ne ha certificato l’inutilità ontologica. Come suggerisce la «trappola semantica» che incornicia La Nulla Scienza, il libro stesso opera come una cura omeopatica: l’autore è obbligato a immolarsi nel linguaggio, parlando e scrivendo esattamente quel tanto che basta per rendere definitivamente obsoleta la parola stessa.
In questa prospettiva, la scrittura negativista assume i contorni di un tragico ma necessario sacrificio kenotico: il filosofo accetta di assumere su di sé l’ingombro temporaneo della voce pur di edificare la via d’uscita dal significato. Se la scrittura è dunque un Upaya destinato ad auto-annientarsi una volta compiuto il suo scopo destituente, resta aperta una domanda che l’articolo lascia volutamente senza risposta univoca: come dovrebbe porsi il lettore dinanzi all’oggetto-libro una volta ultimata l’esperienza di lettura? Dovrebbe ripudiarlo e dimenticarlo attivamente, oppure conservarlo quale muto simulacro della propria liberazione dall’illusione del senso?
CONCLUSIONI
Il serrato confronto teoretico tra l’architettura morale kantiana e l’orizzonte apofatico del Negativismo si rivela non come un’inconciliabile aporia, ma come uno dei cortocircuiti speculativi più lucidi del pensiero contemporaneo. L’apparente antitesi tra il titanismo legislatore di Königsberg — votato all’edificazione del senso e del dovere — e la radicale inazione propugnata da Nemo De Profetis trova la propria sintesi nell’impiego decostruttivo della logica formale: la struttura ferrea della legge viene preservata, ma il suo contenuto subisce uno svuotamento dall’interno. Il dovere supremo si converte nell’In-cura (Un-Sorge), l’universalizzazione della massima impone l’anarchia del disimpegno, e il rispetto categorico per l’umanità altrui si sublima in un «assoluto lasciar-essere» che neutralizza sul nascere ogni tentazione strumentale. Il «Regno dei fini» kantiano collassa così nella Vacuitocrazia del Partito Nichilista Universale.
In questa prospettiva, la ragione pratica kantiana cessa di essere strumento per l’edificazione di un sistema mondano e si rivela come espediente pedagogico che utilizza il linguaggio del rigore e del dovere per disinnescare la coazione al fare tipica della nostra epoca. Giunta al culmine della propria esasperazione logica, l’etica legislatrice prescrive il proprio annullamento; la zattera della normatività, avendo traghettato la coscienza oltre l’illusione performativa, viene infine abbandonata, consegnando il soggetto alla quiete definitiva e al silenzio ineffabile dell’Incondizionato. Resta, come si è visto, il nodo irrisolto — e forse volutamente irrisolvibile — del rapporto fra chi scrive questa dottrina e la dottrina stessa: un’aporia che il Negativismo non nasconde, ma assume a proprio fondamento metodologico.
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NOTE
[1]Damascio, De principiis, ultimo scolarca dell’Accademia neoplatonica di Atene (VI sec. d.C.), spinge l’apofatismo plotiniano oltre l’Uno stesso, postulando un principio radicalmente indicibile che precede ogni distinzione tra essere e non-essere.
[2]M. Heidegger, Essere e tempo (1927), § 41-42: la Sorge (“cura”) designa la struttura fondamentale dell’esserci (Dasein), il suo essere costitutivamente proteso e preoccupato per le proprie possibilità.
[3]I. Kant, Fondazione della metafisica dei costumi (1785). La letteratura kantiana distingue solitamente tre-cinque formulazioni dell’imperativo categorico: qui si seguono, per chiarezza espositiva, la formula della legge universale, la formula dell’umanità e la formula del regno dei fini (cfr. H. J. Paton, The Categorical Imperative, 1947).
[4]Il termine kénōsis (“svuotamento”) proviene dal lessico teologico paolino (Filippesi 2, 5-8), dove designa l’auto-spogliazione del Cristo della propria natura divina; qui è impiegato per estensione metaforica.
[5]La metafora della zattera compare nel Majjhima Nikāya (Alagaddūpama Sutta); il concetto di upāya come espediente salvifico provvisorio è sviluppato soprattutto nel Sutra del Loto, cap. III, nella parabola della casa in fiamme.
TESTO DI RIFERIMENTO: Ruffa, Giorgio, La Nulla Scienza, ISBN-13 979-8262030842, 2025.
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