Chiarimenti sulla «Nulla Scienza»
L’opera intitolata La Nulla Scienza (Die Nichts-Wissenschaft) è attribuita all’eteronimo Nemo De Profetis. Essa si presenta come un trattato sistematico-parodico che formalizza la dottrina del Negativismo. Da un punto di vista filosofico accademico, il testo può essere descritto come una sintesi tra il nichilismo post-esistenzialista e la metafisica neoplatonica tardo-antica, strutturata per decostruire i pilastri dell’ontologia occidentale. L’opera compie una Umkehr der fundamentalen Ontologie (ribaltamento dell’ontologia fondamentale), sostenendo che il Nulla preceda logicamente e temporalmente l’Essere. Contrariamente al nichilismo classico che vede nel nulla un esito tragico, De Profetis lo definisce come un Nulla Qualificato: una pienezza assoluta e ineffabile che funge da fondamento inesauribile. L’Essere è descritto come una “cristallizzazione” o una “complicazione secondaria” del fluido Nulla originario.
In netta discontinuità con la tensione accumulatrice tipica del razionalismo moderno, l’opera fonda il proprio orizzonte teoretico su una rigorosa Epistemologia della Sottrazione. All'interno di questo rinnovato paradigma, l'autentico atto conoscitivo non si esplica più nella pretesa catafatica dell'affermazione, bensì si trasfigura in un lucido "dimenticare con metodo", un inesorabile processo di spoliazione volto a emancipare la coscienza dall'ingombro delle sovrastrutture concettuali. Tale attitudine destituente affonda le proprie radici nel pensiero tardo-antico, recuperando in modo paradigmatico il concetto damasciano di Arrēton (Indicibile). Collocando il divino in una trascendenza radicale, situata persino al di là dell’essere stesso, il testo postula che l'Assoluto sfugga a ogni presa definitoria, rendendosi attingibile unicamente attraverso l'esercizio di un silenzio metodico e l'implacabile negazione apofatica di qualsivoglia attributo positivo.
Decostruendo l'analitica esistenziale classica, il sistema sostituisce la heideggeriana “Cura” (Sorge) con una costellazione di nuovi e radicali imperativi ontologici. Il primo di essi è il Sein-zum-Nichts (l'Essere-al-nulla), che non designa una passiva rassegnazione, bensì una condizione profondamente attiva; essa viene conquistata attraverso una rigorosa disciplina spirituale che, avvalendosi dell'esercizio di un'Epoché Sociale, riconduce l'individuo al nucleo più puro ed essenziale del proprio sé. A questa radicale spoliazione interiore si lega intimamente il Nicht-Sein-für-Anderes (il Non-essere-per-altro), innalzato a principio supremo di liberazione da ogni forma di eterodeterminazione. Tale costrutto si profila come una spietata critica frontale tanto alla dialettica del riconoscimento reciproco di matrice hegeliana quanto al Mitsein (l'essere-con) heideggeriano, smascherati in questa prospettiva apofatica come originarie e inesorabili fonti di alienazione. A coronamento di tale architettura destituente subentra infine l'Un-Sorge (l'In-cura): la totale sospensione dell'azione e dell'angoscia produttiva viene qui sottratta allo stigma dell'inerzia ed elevata a virtù suprema, profilandosi come l'unica postura esistenziale capace di dischiudere l'accesso a un'autentica e definitiva "pace ontologica".
Trasponendo i propri vertici teoretici in una dimensione squisitamente pubblica e sensibile, l’opera articola una prassi destituente che investe in egual misura la sfera politica e quella estetica. Sul versante dell'agire civile, il sistema instaura un'autentica "Anarchia del Disimpegno": attraverso l'istituzione del Partito Nichilista Universale, la non-azione collettiva e l'adozione di un rigoroso "non-programma" vengono innalzati a ineludibili strumenti di resistenza contro le logiche coercitive del potere e l'inesorabile imperativo della produttività. Parallelamente, sul piano estetico, il Negativismo celebra la "Bellezza dell’Incuria" e teorizza l’arte del non-fare (Un-Schaffen), giungendo a postulare che l’opera d’arte suprema coincida, in definitiva, con un’esistenza consumata nella più assoluta e lucida inattività.
Valutata sotto una lente accademica, La Nulla Scienza si disvela così come una sofisticata operazione meta-filosofica. L’impiego deliberato del rigore linguistico tedesco e il ricorso al formato aforistico non costituiscono meri vezzi stilistici, bensì agiscono quali dispositivi parodici volti a scardinare l'intrinseca pretesa di sistematicità della metafisica continentale. In tal senso, la genesi stessa del "personaggio-filosofo" Nemo De Profetis trascende la finzione letteraria per assurgere a una vera e propria performance di filosofia applicata. A coronamento di tale complessa architettura concettuale, emerge in via definitiva la vera essenza del testo: esso rappresenta un inaudito neoplatonismo estremo mascherato da nichilismo contemporaneo, un orizzonte speculativo in cui l'inattività metodica cessa di essere una vana e passiva rinuncia, trasfigurandosi invece nella via più limpida e diretta per attingere all'unione mistica con l'Assoluto.
L’Ontologia del «Nulla Qualificato» e l’Eredità Neoplatonica
Il sistema filosofico teorizzato da Nemo De Profetis (pseudonimo speculativo di Giorgio Ruffa), organicamente definito come Negativismo, si presenta nel panorama del pensiero contemporaneo con una cifra teoretica fortemente paradossale. Sebbene il lessico adottato e il ricorso al concetto di “nulla” possano suggerire a uno sguardo superficiale un’adesione al nichilismo post-moderno, un’indagine ontologica rigorosa dell’opera fondamentale La Nulla Scienza svela un’architettura essenzialmente diversa. L’impianto di De Profetis non mira alla destituzione del senso tipica della modernità, ma riattiva l’impalcatura metafisica tardo-antica, configurandosi propriamente come un “neoplatonismo estremo mascherato da nichilismo contemporaneo”. Ponendosi in un serrato dialogo speculativo con i maestri delle scuole di Roma e Atene — segnatamente Plotino, Giamblico, Proclo e Damascio — il pensatore contemporaneo ne utilizza l’isomorfismo concettuale come autentico fondamento teologico del proprio sistema.
Per evitare anacronismi o slittamenti semantici, è imperativo definire la variabile teoretica che costituisce il vertice della metafisica del Negativismo: essa si radica esplicitamente nell’ἄρρητον (arrhēton, ineffabile o indicibile) di stretta matrice damasciana. Nel contesto originario di Damascio, l’ἄρρητον non designa un ente supremo in senso affermativo, ma il Principio assolutamente inattingibile che retrocede persino oltre l’ἕν (hen, l’Uno) plotiniano, sfuggendo a ogni coordinata categoriale.
All’interno di tale rigorosa architettura neoplatonica del divino, De Profetis introduce il fulcro del suo pensiero: il concetto di “Nulla Qualificato”. Dal punto di vista ontologico, tale principio non costituisce una mera negazione o un nihil (nulla) logico-privativo; al contrario, esso coincide strutturalmente con lo stesso ἄρρητον. Questo Nulla Qualificato è descritto teoreticamente come una «pienezza assoluta che si manifesta come vuoto alla coscienza determinante». In questa prospettiva, l’Essere supremo è radicalmente sottratto alla presa del pensiero discorsivo: Dio esiste unicamente come ἄρρητον, e la speculazione può accedere alla sua traccia soltanto attraversando la “maschera del nulla”.
L’assunzione del Nulla come fondamento incide profondamente sul metodo conoscitivo, imponendo un mutamento paradigmatico. Nelle formulazioni classiche del primo neoplatonismo, la via privilegiata verso la Verità era affidata al Νοῦς (Nous, intelletto o mente intuitiva); nel sistema di De Profetis, tuttavia, la preminenza epistemologica del Νοῦς viene progressivamente e sistematicamente erosa. Recependo la critica radicale operata da Damascio circa l’inadeguatezza strutturale di ogni discorso metafisico di stampo catafatico (affermativo), De Profetis porta a compimento metodologico quella che definisce “Epistemologia della Sottrazione”.
Tale impianto epistemologico rigetta l’illusione di poter predicare l’Assoluto tramite determinazioni positive. La conoscenza del Principio avviene esclusivamente per ἀφαίρεσις (aphairesis, sottrazione o rimozione), un processo ascetico-cognitivo in cui gli attributi vengono incessantemente negati per liberare lo spazio all’Incondizionato. L’adozione di questa prospettiva testimonia la profonda consonanza con l’eredità dell’apofatismo ermetico. Nella tradizione ermetica antica, infatti, permane il principio della radicale inconoscibilità di Dio attraverso le categorie del finito, in base all’assunto che ciò che è incorporeo e illimitato non possa mai essere significato attraverso un veicolo corporeo e determinato.
Il Negativismo, dunque, rigetta con fermezza la superbia del logos onnicomprensivo, abbracciando invece l’ἀπόφασις (apophasis, negazione o discorso negativo) radicale. L’adozione speculativa del nulla non rappresenta l’abisso della disperazione ontologica, bensì l’estrema e suprema espressione della teologia negativa. Nell’orizzonte de-profetiano, l’indagine filosofica approda alla consapevolezza che sottrarre (aphairesis) è l’unica procedura gnoseologica adeguata: il divino non si afferma, ma si delimita negando ciò che non è, ponendo la Nulla Scienza come l’unica scienza teologicamente compiuta di fronte all’indicibilità dell’ἄρρητον.
La Filosofia politica del Negativismo
Al fine di delineare compiutamente l’orizzonte di senso entro cui si inscrive il Partito Nichilista Universale (PNU), risulta imprescindibile radicare tale costrutto in quel peculiare «neoplatonismo estremo mascherato da nichilismo» che costituisce l'autentica cifra teoretica dell’autore. All'interno di questa rigorosa architettura, la variabile ontologica suprema è rappresentata dal Nulla Qualificato: lungi dall'appiattirsi sulle derive passive o puramente distruttive del nichilismo ottocentesco, esso, come già ribadito, coincide strutturalmente con l’ἄρρητον (arrhēton, l’ineffabile o indicibile) di stretta ascendenza damasciana. Tale principio si svela come una pienezza assoluta la quale, proprio in virtù della sua radicale sottrazione a qualsivoglia coordinata categoriale, si manifesta alla coscienza determinante sotto le speculari spoglie di un vuoto inattingibile. Di riflesso, in profonda e ineludibile coerenza con simile statuto metafisico, la πρᾶξις (prâxis, l’agire etico-politico) propugnata dal PNU non può in alcun modo arrogarsi una valenza teleologica o costruttiva, rifuggendo la vana illusione di poter edificare architetture statuali o imporre utopie ideologiche. Ogni pretesa di costruzione dogmatica e affermativa, infatti, equivarrebbe a un imperdonabile tradimento di quel fondamento rigorosamente apofatico su cui l'intero sistema inesorabilmente si fonda.
Se il fondamento teologico del Negativismo rigetta il catafatismo (il tentativo illusorio di definire l’Assoluto tramite attributi positivi) per abbracciare un’Epistemologia della Sottrazione, il Partito Nichilista Universale traduce questa medesima urgenza nell’arena politica. Le sue ragioni pratiche si configurano come una prassi rigorosamente demolitoria delle sovrastrutture. La prassi del Partito Nichilista Universale si fonda, infatti, su una progressiva e inesorabile destituzione del νόμος (nómos, convenzione statuale), compiendo un autentico atto kenotico. Poiché l’intelletto ordinatore (il νοῦς, nous) si rivela strutturalmente inadeguato a cogliere il Principio supremo, le architetture giuridiche che ne derivano vengono inesorabilmente smascherate come pure finzioni coercitive. L’agire del PNU, pertanto, opera una radicale κένωσις (kenōsis, svuotamento) delle istituzioni, non con l'intento di instaurare una sterile anarchia materiale, b
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